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ABBIAMO RIDATO VOCE AI CIPPI DELL’AUDITORIUM

IL PROGETTO “LE PIETRE RACCONTANO” – a cura della III Liceo Lollino

All’inizio dell’anno scolastico 2018-2019 ci è stata proposta la collaborazione con la “Filarmonica di Belluno” la quale, patrocinata dall’Amministrazione comunale, ha voluto realizzare delle didascalie che illustrino le epigrafi scolpite sui cippi di età romana collocati all’ingresso dell’Audutorium Comunale, dove trova sede la Filarmonica. La presentazione è avvenuta sabato 11 maggio, durante una giornata organizzata anche in collaborazione con il FAI, i cui volontari hanno accompagnato i visitatori sulla torre civica posta accanto all’Auditorium.

L’idea nasce dal fatto che le misteriose porte aperte del palazzo hanno sempre attirato l’attenzione dei passanti e turisti stupiti nel vedere cippi di età romana: questi, sprovvisti di una descrizione, risultavano muti alla maggior parte delle persone.  Il progetto ha consentito a queste pietre di parlare di nuovo.

Come principale supporto bibliografico ci siamo serviti dell’opera “Belluno. Storia di una provincia dolomitica” a cura di Paolo Conte e con la collaborazione di Gabriella Della Vestra. Il nostro lavoro di ricerca è stato introdotto e avviato da una lezione del dott. Marco Perale e coordinato nelle sue fasi dalla nostra prof.ssa di Latino e Greco, Francesca Canzian.

Noi, studenti del Liceo, abituati a leggere e tradurre opere letterarie, abbiamo avuto l’opportunità,  per la prima volta, di confrontarci con testi di natura diversa e quindi di approcciarci a una disciplina solitamente non trattata nei programmi del Liceo, l’Epigrafia.

I cippi, per esigenze di spazio, possono ospitare solo brevi iscrizioni: viene quindi adottato un insieme di abbreviazioni riguardante soprattutto il sistema onomastico, i rapporti di parentela e gli organi istituzionali. Si legge, così, “M.” per “Marcus”, “Fil.” per “Filius”, “Res p.” per “Res Publica”, o addirittura una sorta di acronimo quale “LDDD” per “Locus Datus Decreto Decurionum” ovvero “luogo assegnato per decreto dei decurioni”.

Le iscrizioni sono realizzate in scrittura Maiuscola Capitale: questo tipo di grafia, per le sue linee dritte, risulta più facile da scolpire e più chiaro da leggere.

La gran parte delle epigrafi a noi note, comprese quelle dell’Auditorium, riportano testi a carattere istituzionale e votivo; leggendole e traducendole si possono scoprire le istituzioni in vigore in un territorio in un certo periodo, i nomi di alcuni magistrati,  i principali culti e i nomi di alcuni collegi religiosi.

 

ALCUNI DATI STORICO-GEOGRAFICI

A partire dalla fine della Guerra Sociale, agli inizi del I secolo a.C., il territorio della provincia di Belluno risultava diviso in tre municipia, la forma amministrativa tipica delle popolazioni alleate agli antichi Romani.

Il primo di questi era quello di Feltria, che si estendeva tra la Val Canzoi e il torrente Cordevole, comprendendo anche il Sovramontino.

Dal Cordevole fino all’Agordino e allo Zoldano si trovava il municipium di Bellunum, alla cui storia appartengono i cippi dell’auditorium.

Al municipium di Iulium Carnicum apparteneva invece la maggior parte del territorio cadorino, separato da Belluno soprattutto per la particolare conformazione morfologica del territorio.

Una delle più importanti istituzioni del municipium era l’ordo decurionum, un consiglio cittadino a numero variabile di membri che si pronunciava su alcuni ambiti della vita cittadina. Ad eleggere le cariche più importati erano i cittadini riuniti nei comitia.

La convocazione spettava alle figure che effettivamente governavano il municipium di Bellunum, cioè il collegio di quattro magistrati detti quattuorviri; i quattro operavano in coppie: due si occupavano di convocare le assemblee e amministrare le finanze, gli altri curavano la manutenzione delle opere pubbliche, dei corsi d’acqua e delle garanzie di rifornimento per i mercati.

Al di fuori dell’amministrazione territoriale, nell’ambito esclusivamente economico, il controllo delle attività produttive era affidato a delle confraternite religiose, i cui membri svolgevano sia dei compiti ai fini della produzione o della lavorazione di un materiale, sia ricoprivano delle cariche nell’ambito della sacralità. Tutto questo era una conseguenza dello stretto legame che intercorreva, in epoca repubblicana, tra la religione utilitaristica (spesso usata per scopi politici o economici) e i vari settori produttivi.

È possibile trovare testimonianza di ciò in alcuni reperti archeologici, in cui vengono menzionati il Collegio dei Dendrofori, il collegium iuvenum e il Collegio dei Fabbri.

Il primo menzionato era legato al culto di divinità naturali e si occupava del taglio e del trasporto del legname, una delle attività più tipiche e redditizie nella zona del bellunese in epoca romana.

Il secondo collegio, invece, aveva funzioni militari e culturali e si presentava nelle varie zone con nomi più specifici, ad esempio Gens Sacra Iuventutis nel caso dei cippi conservati nell’Auditorium di Belluno.

Il Collegio dei Fabbri era strettamente legato ad attività artigianali riguardanti la lavorazione dei metalli.

In molti casi su questi reperti si possono rinvenire nomi propri di membri di gens illustri del municipium di Belluno, come ad esempio la Gens Capertia.

Spesso queste personalità vengono descritte con il termine patrono, il quale indicava il loro ruolo di donatori di somme di denaro, destinate o a opere pubbliche o all’aiuto di persone meno abbienti.

LE DUE ISCRIZIONI A CARMINIO PUDENTE

La divisione territoriale e le cariche istituzionali presentate nell’intervento precedente sono tutte rintracciabili nel testo delle due epigrafi dedicate a Marco Carminio Pudente che detengono un grande valore, perché sono le più ricche a livello contenutistico tra quelle presenti nell’atrio dell’Auditorium.

Di Marco Carminio Pudente si riportano le origini, l’appartenenza alla tribù Papiria e al ceto equestre e il suo cursus honorum.

Grazie all’iscrizione, dunque, il personaggio assume per noi spessore storico: sappiamo che è stato sacerdote all’interno di un collegio religioso, che ha rivestito la carica di patronus in alcuni municipia del nord-est Italia come Trieste, Mantova, Vicenza e Cadore e che, proprio a Belluno, è stato patrono della plebe urbana e soprattutto dei due collegi dei dendrofori e dei fabbri che tanta importanza avevano nell’economia locale legata al taglio e trasporto di legname lungo le vie fluviali e alla lavorazione del ferro.

I due cippi dedicati a questo magistrato, che costituivano entrambi la base di due statue onorarie, riportano sostanzialmente la stessa iscrizione con un’unica differenza nella parte di dedica: in una si afferma che la statua è stata donata direttamente dalla moglie Giunia Valeriana al marito, mentre nell’altra si dice che la statua è dono della plebe poi rimborsata dalla moglie di Carminio.

Questo il testo dell’iscrizione:

Giunia Valeriana (dedicò questa statua)

al figlio di Marco,
Marco Carminio Pudente,

suo straordinario marito,
che appartiene alla tribù Papiria,

che è dotato di cavallo pubblico,
che è sacerdote del collegio dei Laurenti

e dei Lavinati, che è stato eletto
allo scopo di salvaguardare gli interessi del fisco

nella Provincia delle Alpi Marittime, che è patrono

del municipium dei Triestini, della plebe urbana,

del collegio dei dendrofori e
dei fabbri, che è curatore del municipium

dei Mantovani e dei Vicentini, che è patrono

dei Cadorini.
Spazio pubblico concesso per decreto dei decurioni.

 

LE DUE DONNE

Veniamo ora ai due cippi con scolpite delle iscrizioni dedicate a due personaggi femminili: Caperzia Valeriana e Cornelia Salonina.

  1. Caperzia Veleriana apparteneva, ovviamente, alla famiglia Capertia che sappiamo essere una gens di origine paleoveneta il cui nome venne in un secondo momento latinizzato.Curiosità: alla famiglia Caperzia apparteneva senz’altro il praedium Capertianum, ovvero il fondo della famiglia Caperzia, da cui deriva i toponimo “Cavarzano”. Nel territorio bellunese, infatti, si possono rintracciare vari toponimi cosiddetti ‘prediali’ cioè che derivano il proprio nome da quello della gens a cui apparteneva il fondo (si pensi ad esempio anche a “Vezzano”,fondo dalla gens Vettia). Il cippo dell’Auditorium dichiara che la plebe urbana aveva dedicato una statua alla sua patrona Caperzia Valeriana. Noi purtroppo non possiamo sapere le ragioni di questo gesto: quel che è certo è che in qualche modo la donna doveva aver favorito la comunità attraverso o opere pubbliche o spettacoli o aiuti a persone meno abbienti o difesa della comunità stessa. Tutte azioni che venivano svolte da una persona che i romani identificavano proprio con il termine patronus/patrona.
  2. Cornelia Salonina, invece, non era una personalità locale, bensì la moglie dell’imperatore Gallieno, Augusto dal 253 al 268 d.C. Iscrizioni a lei dedicate si trovano anche in altre città del nord-est Italia (ad esempio a Treviso e Aquileia), anche se non possiamo sapere per quale motivo le amministrazioni locali decisero di omaggiare la donna. Quel che è certo è che il marito Gallieno si era fortemente impegnato in queste zone nella costruzione di opere di difesa contro le invasioni dei Germani.

Questi i testi delle due epigrafi:

La plebe urbana (dedicò questa statua)

alla sua patrona
Caperzia Valeriana,
figlia di Massimo

 

Per decreto dei Decurioni

(venne dedicata questa statua)

alla moglie del nostro signore,

l’Augusto Gallieno.

LA RELIGIONE

Nell’atrio dell’Auditorium si trovano, infine, tre cippi contenenti iscrizioni molto brevi: due sono uguali e sono dedicate alla dea Iuventus (Giovinezza) e una è dedicata a Giove.

Le tre iscrizioni si spiegano all’interno del particolare sistema religioso di età romana. Esso prevedeva un pantheon tradizionale romano che si era progressivamente allargato inglobando alcune divinità dei popoli via via conquistati.

La religione romana era principalmente instrumentum regni, ovvero pratica e utilitaristica al tempo stesso; ci si serviva degli dei per convocare o spostare un’assemblea in un momento più opportuno per una certa parte politica e anche direttamente per ratificare una decisione; addirittura si divinizzava l’imperatore per accrescerne l’autorità.

Inoltre la religione era uno dei modi attraverso i quali i romani avviarono il processo di omologazione dei popoli che conquistavano: quando creavano un nuovo municipum, in esso costruivano un teatro, una curia e soprattutto un tempio dedicato alla triade Capitolina (Giove, Giunone, Minerva).

Nel territorio bellunese il culto di Giove è testimoniato da alcune epigrafi in cui  compare con il titolo di Ottimo Massimo.

Tra i nostri cippi vi è appunto una piccola ara con la scritta:

Iovi Optimo Maximo: A Giove Ottimo Massimo

Le altre due iscrizioni ricordano invece un collegio di iuvenes che consacrano un’ara alla loro divinità tutelare, la dea Iuventus.

Con ogni probabilità la dea era venerata dai ragazzi che avevano compiuto la maggiore età e il cui collegium aveva scopi sia militari sia cultuali.

Ecco il testo delle due iscrizioni:

La gens sacra degli Iuvenes

dedicò (quest’ara)
alla dea Giovinezza.

A questo link potete scaricare i testi delle didascalie con le traduzioni realizzate dai ragazzi della III Liceo